Capitani…Buongiorno,

Oggi parliamo del,

L’AFFARE CO2

In questi ultimi due anni e mezzo abbiamo assistito ad un fenomeno abbastanza singolare:

lo snaturamento del dibattito scientifico, trasformatosi in una contrapposizione iperpolarizzata in cui troviamo una “fazione” ultramaggioritaria da una parte ed una sparuta minoranza (che poi tanto sparuta non è, ma come tale viene fatta apparire) dall’altra, che cerca di far sentire la sua voce, presenta le sue tesi, pone domande e chiede che venga aperto un confronto nel merito; le risposte che arrivano, però, consistono in ripetizioni di mantra, di slogan, di luoghi comuni, di dogmi, in un clima di assoluta mancanza di fair play e di rispetto nei confronti di quello che viene visto come un pericoloso avversario ed etichettato come un complottista, negazionista, terrapiattista o addirittura un criminale, meritevole di essere denigrato e messo alla pubblica gogna, precludendo in questo modo la possibilità di una discussione aperta e costruttiva, priva di pregiudiziali.

In materia di cambiamenti climatici, una minoranza di scienziati non allineati al pensiero dominante frena sugli allarmismi, tenendo in considerazione la storia naturale della terra e il fatto che gli ultimi 10.000 anni, un breve periodo caldo all’interno di un’era glaciale, hanno visto oscillazioni di 1 grado all’equatore e 2 gradi ai poli ogni circa 1000 anni, con un tasso di aumento di 1 grado dalla media globale in un secolo. Il fisico e ingegnere Brian Catt, ad esempio, sostiene che l’effetto serra abbia un peso minimo all’interno dei parametri dell’atmosfera, mentre il giusto peso andrebbe attribuito a fattori come l’irradiamento del sole, la gravità che trascina l’atmosfera sul terreno, il controllo degli oceani sulla stabilità del clima, il forcing orbitale, cioè a dire una variazione nell’orbita che lo studio “Climate Change”, pubblicato su Nature nel 2018 ritiene in parte responsabile dell’attuale trend di raffreddamento dell’emisfero boreale (una tendenza iniziata 2000 anni fa con le parentesi dei periodi caldi romano e medievale nei quali tra l’altro la fluttuazione del riscaldamento è stata superiore al periodo attuale), trend nascosto attraverso una manipolazione dei dati (afferma lo stesso studio).

Dall’altra parte c’è la verità incontrastabile ed incortrovertibile dell’origine antropica del cambiamento climatico: è l’uomo con le sue attività a determinare il surriscaldamento globale, con la CO2 come unica imputata dell’aumento dell’effetto serra, mentre trascurabile appare il ruolo degli altri gas serra, ed ancor più trascurabile, relegato ad un misero 5%, il peso delle cause naturali sull’aumento delle temperature.

C’è da chiedersi in che modo il “riscaldamento globale” sia diventato “cambiamento climatico”. I dati satellitari e i bollettini meteorologici non sono riusciti a dimostrare la teoria del global warming per quasi vent’anni. Persino la NASA ha dovuto ammettere che i livelli delle temperature sono collegati ai cicli di attività solare, ma – ha aggiunto – solo su base regionale (per non distogliere l’attenzione dal nemico pubblico numero 1).

La discussione si appiattisce su due piani: il primo è che non sarebbero titolati ad esprimere la loro opinione ingegneri, fisici, biologi, chimici, bensì solo climatologi, ambientalisti, esperti del settore; il secondo è l’implicazione politica del dibattito. Lo si è visto chiaramente in occasione del discorso del fisico Premio Nobel Carlo Rubbia in una seduta congiunta delle commissioni Ambiente e Territorio di Camera e Senato nel 2014, fatta oggetto di speculazioni, interpretazioni e polemiche, un autentico putiferio mediatico.

La politica prende decisioni in base a quello che dice la scienza, decisioni che determinano effetti ben precisi sull’economia. La domanda sorge spontanea: esiste la possibilità di un asservimento della politica alla scienza, o viceversa? E qual è il ruolo dell’economia, anzi, più precisamente, della finanza? Forse querst’ultima rappresenta l’”involucro” che racchiude entrambe, scienza e politica?

E’ doveroso a questo punto citare la Dichiarazione Mondiale sul Clima (WCD) redatta nel settembre 2019 e arrivata recentemente a 1100 firmatari (tra cui il prof. Zichichi), esperti provenienti da ben 30 Paesi che sottolieano un punto: “La scienza dovrebbe adoperarsi per la comprensione del sistema climatico in modo notevolmente migliore, mentre la politica dovrebbe concentrarsi sul minimizzare i potenziali danni climatici, dando priorità alle strategie di adattamento sulla base di tecnologie consolidate e accessibili dal punto di vista economico.”

Viene altresì sottolineato che :”La scienza climatica dovrebbe essere meno politica, mentre le politiche climatiche dovrebbero essere meno scientifiche. Inoltre (…..) i modelli informatici sono creati dall’uomo (…..). Credere al risultato di un modello climatico è credere a quello che i modellisti hanno inserito. Questo è esattamente il problema dell’odierna discussione sul clima, in cui i modelli climatici sono centrali. La climatologia è degenerata in una discussione basata su credenze, non sulla solida scienza autocritica.”

Comunque la si pensi, i risvolti prettamente economici di questa politica climatica restano un dato di fatto, che dovrebbe indurre ad una riflessione. Mi riferisco in primis al mercato del carbonio (Carbon Trading), che trova origine nel protocollo di Kyoto del 1997.

Al fine di sensibilizzare i Paesi partecipanti al perseguimento dell’obiettivo di ridurre entro il 2012 (obiettivo non raggiunto) le emissioni di gas serra del 5% rispetto ai livelli del ’90, tale protocollo ha introdotto due meccanismi. Il primo consiste nel sistema di scambio delle quote di CO2: nell’ambito delle sue disponibilità, ogni nazione assegna una quota a ciascuna industria sotto forma di permessi di emissione. I permessi non utilizzati, o utilizzati in parte, possono essere venduti alle industrie che emettono di più. Il secondo meccanismo è quello dello sviluppo pulito e utilizza il sistema di compensazione. Esso riguarda soprattutto le grandi industrie petroliere che compensano le loro emissioni con la creazione di piantagioni in altre zone del mondo. Tale sistema non tiene però conto di tutta una serie di variabili e criticità che non sto qui ad elencare, ma che hanno comportato conseguenze disastrose per l’ambiente.

L’Europa detiene il 90% di questo mercato, e il presupposto affinché il sistema sia economicamente conveniente è che le quote costino molto, altrimenti verrebbe meno l’incentivo da parte delle industrie ad investire sulla riduzione di emissioni. Le quote di carbonio però hanno costantemente perso valore, perché all’inizio l’UE ha regalato i permessi di emissione per evitare che molte industrie lasciassero l’Europa, e in seguito i loro prezzi sono diminuiti per via della crisi del 2008: minore produzione industriale, minore emissione di CO2, quindi richiesta di permessi azzerata. Crisi economica e permessi gratuiti hanno comportato la disincentivazione all’avvio da parte delle industrie di processi produttivi a basse emissioni. Questo sistema ETS (Emission Trading System) è stato modellato sugli interessi della grande industria, in particolare quella petrolifera: accettare questo modello di transizione è un modo per ritardare l’adeguamento degli impianti, portando avanti processi produttivi tradizionali.

Nel 2013 erano in circolazione 2,2 miliardi di quote in eccesso. Il 10/12/2014 l’UE ha consentito il ritiro di 900 milioni di questi titoli, con una spesa di 6.5 miliardi di euro, per timore di una crisi finanziaria. Morale: il meccanismo di tutela ambientale si è trasformato in uno strumento di speculazione degno di Wall Street. Nel periodo in cui vi è stato un eccesso di permessi CO2 sul mercato, si sono ovviamente verificate speculazioni finanziarie (comprare per poi rivendere in un momento più favorevole) che hanno portato al mutamento del mercato con l’ingresso di nuove figure che nulla hanno a che fare con le emissioni di CO2, un gioco di compravendita che non c’entra niente con l’ambiente, anzi, indirettamente lo danneggia. Senza speculazioni il mercato dei crediti, e quindi il meccanismo ETS, sarebbe crollato. Da notare l’incongruenza delle cifre: 160 miliardi di Euro spesi dall’UE sulla gratuità delle quote per far rimanere le aziende in Europa, contro i soli 18 miliardi di euro di investimenti per il clima, e ulteriori 10 miliardi per utilizzare una parte della CO2 atmosferica per il recupero secondario del petrolio (che è sempre stato fatto a spese dei petrolieri insufflando CO2 nei depositi, mentre ora con questa scusa lo paghiamo noi).

L’ETS è una continua fonte di frodi e truffe. Mario Giaccio,  professore di Tecnologia ed Economia delle Fonti di Energia, nella sua conferenza del 13 novembre 2018 sullo scandalo delle emissioni di CO2 (conferenza bloccata in Senato e boicottata all’Università la Sapienza) ha affermato che solo un’oligarchia burocratica come quella dell’UE poteva concepire un tale meccanismo: un mercato di cose inutili sostenuto da una moneta senza stato…il sogno del capitalismo finanziario.

Un altro affare lucroso fornito dall’alibi del cambiamento climatico è la carbon tax, che aumenta il gettito fiscale ai danni di imprese e cittadini e garantisce introiti ai soliti noti: industrie farmaceutiche, chimiche, agroalimentari, belliche, compagnie aeree, laboratori di ricerca, centri universitari.

In questo sistema perverso non poteva mancare l’istituzionalizzazione del credito di carbonio, col suo carico vessatorio nei confronti dell’Essere Umano: è un sistema che, attraverso la relativa tecnologia per il controllo delle emissioni individuali e l’attribuzione di una quota massima consumabile, potrà privarci della possibilità di condurre una normale esistenza: superata tale quota verranno preclusi l’acquisto di beni e la fruizione di servizi.

Al fine di ridurre il consumo di CO2 dovremo anche cambiare la nostra alimentazione. Attraverso varie finestre di Overton, il consumo di insetti sembra essere ormai una realtà, se non prorpio accettata, subita dai più con pia rassegnazione, dal momento che la carne diventerà un lusso per via del suo impatto ambientale, e che il 57% delle emissioni di industrie alimentari è provocato dalla lavorazione di prodotti di origine animale.

L’incertezza alimentare prodotta dalla crisi climatica comporterà il rischio di una diffusa carestia, anche a causa della paralisi provocata dalla guerra e dalla pandemia.

L’emergenza climatica è balzata prepotentemente alla ribalta nell’estate del 2018 grazie alla ragazzina svedese Greta Thunberg, venuta fuori da nulla – non tanto inspiegabilmente, ma qui bisognerebbe aprire un intero capitolo – la quale un anno dopo, al vertice ONU sul clima, si rivolgeva ai governanti di tutti i Paesi del mondo, schiaffeggiandoli in faccia – metaforicamente parlando – per il loro operato……. per chi crede ancora alle favole.

Chi alle favole non crede più, invece, si rende conto della tremenda importanza strategica del controllo del clima, che di fatto è già una realtà.

Nel 1993 l’avvio del progetto HAARP (High Frequency Active Auroral Research Program) in Alaska, ufficialmente volto alla ricerca scientifica sugli strati alti di atmosfera e ionosfera al fine di migliorare le comunicazioni a distanza e con i sottomarini, inaugurava una stagione di studi finalizzati al condizionamento del clima. Eloquente il titolo dello studio collegato al progetto, commissionato nel 1996 “Owing the Climate”: impadronirsi del clima attraverso onde elettromagnetiche che provocano alterazioni di ionosfera, fasce di Van Allen, stratosfera, strato di ozono, terremoti, riscaldamento e raffreddamento di masse gassose, liquide e solide: pilotare cataclismi atmosferici fino a determinare variazioni climatiche, anche permanenti.

In realtà, come rivelato da un servizio nientedimeno del TG2 dell’8 novembre 2018, dal titolo “Esperimenti Planetari e Cambiamento del Clima”, la geoingegneria clandestina è nata negli anni Sessanta ed è stata fonte di astronomici profitti per i soliti noti (vedi sopra), cioè tutto il sistema finanziario e industriale del pianeta, ai fini di speculazioni finanziarie. Il servizio (in stile complottista, diremmo oggi) parlava anche di aerei NATO che rilasciavano (ma guarda un po’!) scie chimiche di metalli pesanti, responsabili dell’abbassamento dell’età d’insorgenza e dell’aumento esponenziale di casi di malattie neurovegetative (Alzheimer e Parkinson), e dell’effetto di riverberazione della luce solare per incidere sulla temperatura del pianeta, un progetto a cui lavorò Edward Teller, il padre della bomba ad idrogeno.

In conclusione, se non si considera la questione clima all’interno di un quadro più ampio, vi è il rischio di semplificare e banalizzare una materia molto complessa e dalle mille implicazioni e sfaccettature. Ma la semplificazione, si sa, è quella “pratica” che oggi governa il mondo, un mondo in cui l’indebolimentio culturale è progressivo e inesorabile, in cui le masse vengono tenute abilmente nell’ignoranza e a distanza da un certo tipo di conoscenza, al fine di poterle più facilmente governare e manipolare.

Buona Riflessione a tutti

C. S.