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LA CENSURA “CERTIFICATA”

Da che mondo è mondo, esiste il potere, ed al potere è connaturata l’esigenza del controllo, controllo dei comportamenti, del pensiero, della comunicazione, di tutto ciò che potrebbe comportare un disequilibrio, se non una minaccia, un pericolo per la conformità, la quale garantisce il rispetto delle norme dettate dal gruppo dominante.

Lo strumento principe per attuare questo controllo è la censura, che ha sempre rivestito un ruolo centrale nella storia dell’Umanità.

Il termine trae origine dal “censor” dell’antica Roma, il magistrato reponsabile per la moralità pubblica. Nella democratica Atene, Socrate era soprannominato “il tafano”, per la sua abitudine di “punzecchiare” le persone più importanti ed erudite della città, al fine di aiutarle a tirar fuori la verità mediante il confronto, un confronto che risultava sempre in un’ammissione implicita di ignoranza – nel senso di non conoscenza di fondo – del concetto in questione. L’epilogo fu tragico per il filosofo, che, accusato di indottrinare e corrompere i giovani che andavano contro le comuni credenze, fu obbligato a bere del veleno.

Questa è una chiara testimonianza del fatto che alla base della censura vi sia la smisurata paura da parte del potere costituito di perdere il controllo.

I libri hanno sempre rappresentato il classico bersaglio della censura; la loro distruzione ha spesso cambiato, se non il corso, la lettura della storia. Pensiamo al primo imperatore cinese, Qui Shi Huang, considerato tale in quanto egli nel 213 a.C. ordinò di bruciare tutti i libri di storia e filosofia per far credere ai posteri che la civiltà avesse avuto inizio col suo impero.

Pensiamo alla distruzione degli scritti dei Maya da parte degli Spagnoli, che hanno mandato letteralmente in fumo la storia di una civiltà avanzatissima, di cui molto poco rispetto all’ enormità del suo patrimonio è arrivato fino a noi. Pensiamo all’incendio della biblioteca di Alessandria, che diede inizio ad un declino lento ma inesorabile di quel monumento del sapere e della ricerca. Pensiamo ai misteriosi incendi che hanno colpito archivi, musei e biblioteche in diverse parti del mondo, contribuendo alla distruzione di tutte le tracce dell’esistenza della Grande Tartaria.

Parlando di censura e storia, ovviamente un posto di primissimo piano è occupato dalla Chiesa. A tutti è nota l’Inquisizione, fondata da Gregorio VII nel 13° secolo per combattere l’eresia. Nel Medioevo i libri venivano visionati dal Vaticano ed eventualmente bruciati. L’invenzione della stampa e l’inizio dell’alfabetizzazione rappresentarono un’ulteriore gravissima minaccia per le autorità ecclesiastiche. La bolla del 1501 di Alessandro VI introdusse il concetto di censura preventiva, e nel 1564 Paolo IV combatté la blasfemia attraverso la creazione dell’”Index Librorum Prohibitorum”, mentre nell’Inghilterra protestante Enrico VIII delegò all’autorità laica il potere di concedere l’autorizzazione alla stampa. E restando in Inghilterra, il famoso “Leviatano” di Thomas Hobbes fornì il puntello per la censura, affermando il diritto, anzi, l’imprescindibile necessità da parte della sovranità di giudicare la potenziale pericolosità per la pace di dottrine e opinioni. Gli ideali della rivoluzione francese e di quella americana non ebbero lo stesso effetto su tutti i Paesi europei: in Austria, Prussia e Russia si ebbe una reazione uguale e contraria, con un affinamento dei mezzi di repressione e controllo, la censura in primis.

Fatti salvi i regimi dittatoriali, nel XX secolo, col diffondersi e radicarsi della cosiddetta democrazia, la censura più che un declino subisce un cambiamento nelle finalità, principalmente riconducibili a due “filoni”: moralità pubblica e sicurezza nazionale.

E arriviamo così ai nostri giorni. L’avvento della rete ha cambiato radicalmente i “rapporti di forza”, le modalità di interazione, le dimensioni di spazio e tempo.

Nel 1989 l’informatico britannico, ma statunitense per adozione, Tim Berners Lee, inventò il World Wide Web, un nuovo modo di utilizzare Internet, semplificando i protocolli di ricerca, accesso e condivisione delle informazioni, rendendone la fruizione agevole al grande pubblico e facendolo così diventare lo strumento principale per il lavoro e lo svago. Grazie – o a causa – di ciò (secondo i punti di vista) interconnessione e globalizzazione hanno lottizzato le nostre vite e le nostre menti. Questa felice intuizione di un’interfaccia universale che desse a chiunque la possibilità di pubblicare informazioni e collegarle tra loro attraverso un ipertesto, nata come opportunità di scambio libero e gratuito, si è rivelata utopica quando nel 2005 appare il Web 2.0, termine che, come ormai spesso succede, sotto la novità ed i vantaggi ad essa relativi, cela il danno, l’inganno, il raggiro, la trappola. Si tratta di un maggiore coinvolgimento dell’utente, che può interagire col sito in modo da diventare protagonista o persino co-autore in un rapporto peer-to-peer. Anche coloro che non sono in possesso di una specifica preparazione tecnica, con l’aiuto di siti web avvalentisi di nuovi linguaggi di programmazione possono creare contenuti multimediali e diffonderli tramite apposite piattaforme, come Youtube. Questo scenario idilliaco costituisce però una mutazione genetica che ha partorito un mostro costituito da motori di ricerca, social networks ed e-commerce, che si nutre dei nostri dati personali e, attraverso protocolli e algoritmi regolanti le attività di fact-checking e debunking, invece di promuovere la libera circolazione di informazioni, pensieri e opinioni, limita e condiziona l’Essere Umano e fornisce lo strumento più adatto di controllo, creando da una parte proselitismo e nuove forme di schiavitù e dall’altra una subdola, non esplicità, apparentemente non violenta e non imposta forma di censura ispirata al “politically correct”, fatta di protocolli volti a proteggere la community con la scusa di tutelarne le diverse sensibilità, la versione moderna ed edulcorata della psicopolizia di stile orwelliano. Dalla rimozione di contenuti considerati “scomodi” poiché non conformi al pensiero unico, si è passati ad uno strumento più sottile, per evitare lo scontro frontale, aggirare gli ostacoli e le “seccature” della protesta e del dissenso: quello della certificazione.

Il marchiare, l’etichettare, il contrassegnare, il bollare, che sa tanto di sistema di circolazione di merci e risponde alla logica economica e commerciale che regola il mondo, è ormai istituzionalizzato in ambiti che ne sarebbero estranei, ambiti propri dell’essenza dell’Essere Umano, per via della precisa volontà che l’Essere Umano rimanga confinato in quella finzione giuridica che, in quanto merce, può essere in tal modo agevolmente gestita, controllata e manipolata.

Questa “moda” ha prepotentemente investito la comunicazione e l’informazione, così fondamentale in tempi di pandemia in cui è stato più che mai necessario mantenere il gregge all’interno di un recinto. E visto che questa nuova fase di emergenza permanente è stata inaugurata dall’emergenza sanitaria, quanto mai ironicamente appropriato è il termine “certificazione”.

E’ proprio questo il caso del nuovo protocollo di certificazione varato da YouTube per i video contenenti informazioni mediche, che devono essere in linea con i precetti dell’O M S, agenzia delle Nazioni Unite specializzata in questioni sanitarie, ma a ben vedere il classico esempio di partnership (direi, piuttosto, connivenza) pubblico-privato, in cui quest’ultimo fa la parte del leone con più dell’80% dei finanziamenti annuali, che denotano palesi conflitti d’interesse: il classico schema in cui controllore e controllato coincidono.

Il responsabile globale per la salute della piattaforma, ha illustrato le nuove modalità per portare informazioni di alta qualità in ambito medico negli spazi che le persone visitano nell’arco della giornata, comprese le loro app preferite per la condivisione di video. Viene offerta a professionisti medici “approvati” (quindi indicati come”professionisti sanitari autorizzati” – previa verifica dei requisiti stabiliti – a produrre contenuti sul proprio canale) un’etichetta che consentirà al canale stesso di apparire in evidenza tra i risultati di ricerca correlati, come “fonte autorevole”. L’etichetta “CERTIFICATO” o “AFFIDABILE” non verrà fornita a coloro, medici e non, che diffondono informazioni ritenute “scorrette” dal punto di vista medico. La speranza è che gli spettatori “passino oltre” e cerchino qualcos’altro da guardare.

Il medico che aspira all’etichettatura di cui sopra, oltre a presentare a Google la propria documentazione professionale, sarà tenuto a giurare di seguire le migliori pratiche stabilite oltre che dall’O M S, dal Conucil of Medicine Specialty Societies e dalla National Academy of Medicine, a mantenere un account in regola e a seguire alcuni altri obblighi.

Questa nuova strategia non è che l’ultimo capitolo di una serie di azioni implementate da YouTube per arginare la cosiddetta disinformazione sanitaria, che mirava e mira semplicemente a porre domande e ad aprire una discussione sulla “cura” di massa, diventata un dogma, una nuova religione, marchiando col timbro infamante di disinformazione interviste come quella del popolare podcaster Joe Rogan a un autorevole cardiologo americano, in cui quest’ultimo sosteneva la validità dell’uso di altre medicine nella cura della “Certificate Of Vac ID 1 9” (quindi un’eresia contro il pensiero unico che predicava l’incurabilità e quindi la letalità della stessa) e invitava alla cautela nei confronti dei prodotti iniettati indiscriminatamente promossi da Big Company, e bannando video che mettevano in dubbio la legittimità di chiusure e coperture facciali.

Questo è il nuovo capitolo della storia della censura: fare in modo che notizie contrarie al pensiero unico, contenuti che stimolano il dibattito e instillano il dubbio sulle verità incortrovertibili e le versioni ufficiali dei fatti propinate dai media a “reti unificate”, raggiungano solo un piccola fetta dell’”audience”, ma questo è sintomo di paura, una paura che, vista da questa parte della barricata, sembrerebbe ingiustificata, data la potenza di fuoco messa in campo dai media di regime finanziati dai governi e dai colossi delle multinazionali.

E’ una paura che va al di là della contingenza spicciola, la paura nei confronti dell’Essere Umano e dell’energia che esso sprigiona, impossibile da arginare.

Vi invitiamo come sempre ad approfondire gli argomenti e partecipare ai nostri corsi andando sul sito www.accademiaricercalaverita.net.

Buona Riflessione a tutti

C. S.