Capitani…Buongiorno,

Oggi parliamo di,

CRISI IDRICA ODIERNA VS ACQUEDOTTI ROMANI…

PARTE 1

Per comprendere come tuttora si parli così tanto di emergenza idrica e scarsità d’acqua legata ai cambiamenti climatici, partendo dagli albori dei primi acquedotti e delle prime strutture artificiali per il trasporto dell’acqua, che furono costruite da popoli della Mesopotamia come i Babilonesi, gli assiri, gli Egizi vi voglio parlare di come i Romani fecero degli acquedotti costruiti a quel tempo uno dei loro più grandi vanti, per i quali l’Impero Romano venne così tanto ricordato e di come sia possibile che invece di progredire, trovando nuove soluzioni o anche solo tenendo efficienti e migliorando quelle grandiose opere ingegneristiche nel 2022 si parli invece di crisi idrica.

L’acqua non può esaurirsi, il suo ciclo è perpetuo, perfino nei libri delle elementari viene illustrato il suo percorso:

Condensazione – Precipitazione – Infiltrazione nel sottosuolo – Evaporazione

perchè allora così tanto allarmismo?!

Seguitemi in questo viaggio storico misterioso di 3 puntate, vi svelerò man mano particolarità costruttive sul funzionamento degli acquedotti, curiosità, aneddoti, evidenze di ricercatori ed altro, e alla fine trarremo alcune conclusioni…

Secondo le fonti storiche odierne trattate sui libri di testo comuni,anche se gli acqudotti non furono una invenzionei dei Romani, furono loro a portare il livello di costruzione di queste queste strutture ad un grado molto più evoluto, tanto da restare ineguagliati anche dopo la caduta dell’ impero, sia a livello tecnologico che qualitativo per moltissimo tempo.

Secondo alcune citazioni, per diversi secoli il Tevere, le sorgenti e i pozzi soddisfarono il fabbisogno idrico di Roma; però man mano che lo sviluppo urbanistico e demografico cresceva si rese necessario ricorrere ad altre fonti, fu da allora che si idearono e poi costruirono quegli acquedotti, che valsero a Roma il titolo di “REGINA AQUARUM”, ovvero (regina delle acque).

Venne edificata una rete idrica lunga più di 400 km ; Roma era principalmente servita da ben 11 acquedotti, il primo di ben 16 km fu quello dell’acqua Appia, quasi completamente sotterraneo tranne un breve tratto che attraversava la valle tra il Celio e l’Aventino per un dislivello di 90 mt, su archi che si poggiavano alle mura Serviane di Porta Capena, e terminava presso porta Trigemina al Foro Boario e da qui l’acqua veniva distribuita in vari punti della città.

La rete idrica di Roma crebbe a tal punto che ogni abitante avrebbe potuto usufruire di oltre 1000 litri d’acqua al giorno.

Il primo passo per la costruzione di un acquedotto iniziava dalla scelta della sorgente adatta con accurate ricerche, Vitruvio all ‘epoca ebbe anche l’idea analizzare l’acqua facendola bollire per analizzarne i detriti (considerando le contaminazioni di diversi tipi di terreno e osservando tutte le piante che erano a contatto con l’acqua), si controllava anche lo stato di salute di chi beveva da quella fonte per diversi mesi, si raccoglievano campioni d’acqua per testarne il sapore,doveva avere una buona portata ed essere ad un’altezza adeguata affinchè per caduta giungesse a valle.

Durante l’impero di Traiano fu istituita pure una commissione che si occupava esclusivamente dell’approvvigionamento idrico guidata dall’ ingegnere Frontino, che scrupolosamente scrisse un’opera dettagliata; è grazie a quello scritto che tuttoggi sappiamo quasi tutto sugli acquedotti romani costruiti all’epoca.

La figura del “CURATOR AQUARUM” nell’antica Roma era una delle più alte cariche dello stato ed era affidata a Senatori di rango consolare.

Una volta scelta la fonte veniva costruito un bacino artificiale per raccogliere l’acqua; solitamente gli acquedotti Romani si diramavano per lo più sottoterra, si scavava un pozzo ogni 32 metri, questo consentiva di tenere sotto controllo l’inclinazione della galleria, ogni squadra che scavava uu pozzo era composta da circa 30 addetti, arrivati alla quota prevista dal progetto, si iniziava a scavare la galleria in modo da unire i pozzi l’uno con l’altro, la galleria era alta circa un metro e mezzo, gli addetti agli scavi tramite attrezzi come martelli (dolabra) e piccozze, producevano del materiale di scarto che veniva raccolto in ceste di vimini, avvicinato al pozzo e poi portato fuori.

Nella parete del pozzo venivano scavate delle piccole nicchie, che consentivano agli operai di spostarsi, per misurare la lunghezza da scavare si usava una corda con dei nodi alla distanza di un piede (circa 30 centimetri) l’uno dall’altro, dopo 50 nodi si era percorsa la metà della distanza tra un pozzo e l’altro e si incontrava la squadra che scavava dalla parte opposta, a volte però non si incontravano, così si batteva sulle pareti della galleria per capire a che distanza si trovavano, poi si univano le due gallerie che talvolta avevano un andamento a esse a riprova di quanto accadeva, tuttoggi verificabile.

Gli strumenti usati per la costuzione e i calcoli delle pendenze erano essenzialmente tre:

1) LA LIVELLA AD ACQUA, simile alla moderna livella a bolla (vi ricordo che l’acqua è sempre piana e a livello).

2) IL CHOROBATES, una specie di panca con fili a piombo ai lati e una livella ad acqua al centro per misurare la pendenza del terreno e la direzione del flusso con l’ausilio di tacche graduate.

3) IL DIOPTRA, una livella più sofisticata che appoggiata a terra dava indicazioni di come regolare l’angolatura e la rotazione del tratto di acquedotto, che ricorda il più moderno Teodolite (lo strumento ottico a cannocchiale usato per i rilevamenti topografici e geodetici).

Nella Parte 2 parleremo della funzione delle arcate a sostegno degli acquedotti, nonchè delle altre ingegnosità messe in atto dai romani, per superare altri ostacoli che via via si presentavano al raggiungimento di un buon funzionamento della rete idrica e non solo…

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Buona lettura

S.V.