Capitani… buongiorno…
Oggi parliamo di…
Un d’Io gracile, uno sterminio, un cambio al comando!
Nel precedente articolo pubblicato qui nel giornale dell’Accademia, abbiamo seguito un ragionamento molto chiaro sul possibile conteggio (palesemente al ribasso in certi passaggi) degli Elohim presenti nella Dubbia, partendo proprio da una frase che ho letto sulla Dubbia in mio possesso: “Il d’Io di Abramo ed il d’Io di Nacor siano giudici tra di noi”.
Oggi non inseriremo una citazione, ma andremo semplicemente avanti con la lettura, tornando al momento in cui Labano e Giacobbe si separano al confine appena creato: è al mattino successivo che Giacobbe scorge gli “angeli” di d’Io (in ebraico malachim, cioè messaggeri al plurale, termine poi tradotto in greco con anghelos e convertito nel latino angelo, che ne altera totalmente il significato) e nomina quel posto Macanaim. Ormai ho imparato che la desinenza –im identifica un plurale, e basta una veloce ricerca su internet per scoprire che la traduzione che ne dà l’Essere Umano Biglino è corretta: due accampamenti.
Proseguiamo la lettura: Giacobbe manda alcuni dei suoi a comunicare al fratello che sta tornando: al loro ritorno questi gli dicono che Esaù gli sta andando incontro con 400 uomini. Ricordiamo infatti che Giacobbe in precedenza aveva ingannato il padre e si era preso tutti i possedimenti di Isacco. La notizia non rallegrò di certo Giacobbe che decise di dividere in due gruppi i suoi possedimenti, così se il fratello ne avesse distrutto uno, sarebbe rimasto comunque salvo l’altro. Non ancora rassicurato, formò vari gruppi: 220 capre e caproni, 220 pecore e montoni, 30 cammelle coi loro piccoli, 50 vacche e tori, 30 asine ed asini. Ogni branco doveva viaggiare distanziato dal successivo così che Esaù li vedesse uno alla volta, ed ogni conduttore avrebbe dichiarato che erano regali per Esaù.
Durante la notte, Giacobbe prese la sua famiglia ed attraversò un fiume: un misterioso uomo inizia a lottare con lui e, vedendo che non riesce a batterlo, lo colpisce slogandogli il ginocchio. Nemmeno questo inganno riuscì a farlo prevalere su Giacobbe: addirittura gli chiede di lasciarlo andare, dato che è quasi mattino, ma Giacobbe rifiuta di interrompere il combattimento se quell’uomo non lo avesse prima benedetto. Dopo un altro breve dialogo, l’uomo sconosciuto lo benedice, gli dice di cambiare il suo nome in Israele (Isra, traslitterazione del termine sara o sciarah, che significa lottare + El: significa quindi “colui che lotta con d’Io”) e Giacobbe chiama quel luogo Penuel, che in ebraico significa “volto di d’Io” o “che vede d’Io”. Quindi…
Giacobbe sostiene che quell’uomo misterioso sia d’Io ma, seppure dovrebbe essere onnipotente, nemmeno con un colpo basso riesce a sconfiggere un semplice Essere Umano in duello?
Mi viene in mente una scena del film Avengers, in cui si assiste ad un combattimento tra Hulk e Loki, che inizia e finisce con queste due battute:
Loki – Io sono un d’Io, creatura ottusa, non subirò angherie da parte tua!
Hulk, dopo averlo sbattuto violentemente e ripetutamente a terra – Un d’Io gracile!

Ok, torniamo seri e vediamo come va l’incontro tra i due fratelli: Giacobbe fa schierare le schiave, Lia e per ultima Rachele, la sua moglie prediletta, ed insieme alle donne i rispettivi figli. Poi passa in mezzo a loro inchinandosi ad Esaù sette volte: il fratello gli corre incontro gioioso e lo abbraccia, chiedendogli poi chi siano i fanciulli e le donne con lui. Questi si presentano e poi Esaù chiede spiegazioni di tutta la carovana di bestiame che ha incrociato: il fratello lo informa che sono doni per lui ed insiste perché Esaù li accetti, nonostante la di lui resistenza iniziale.
Esaù quindi con tutti i suoi beni torna a casa e Giacobbe invece rallenta il ritorno a casa, accampandosi fuori da una città nella terra di Canaan, acquista quel pezzo di terra e vi costruisce un altare che chiama “El, d’Io d’Israele”, cioè ‘El di colui che ha combattuto con un El’.
Dina, la figlia partorita da Lia, venne catturata da Sichem, principe di quel paese, che le fece violenza e chiese al padre di poterla avere in moglie. Il padre Camor va a parlare con Giacobbe ed i figli per accordarsi, offrendo la possibilità di allearsi tra loro e di ospitarli nel loro terreno, oltre che di pagare un prezzo nuziale più alto, purché il figlio potesse sposare Dina. I figli di Giacobbe decisero di ingannarli per vendicare il disonore patito dalla sorella: indussero tutti i maschi della città, compresi Camor ed il figlio Sichem, a circoncidersi con la promessa di poter unire i due popoli in uno solo. Quando al terzo giorno tutti gli uomini erano doloranti e sofferenti, entrarono in città ed uccisero tutti gli uomini, saccheggiarono la città e portarono via tutto ciò che trovarono nella città e nella campagna intorno: bestiame, ricchezze, persino donne e bambini.

Quando lo scoprì, Giacobbe si preoccupò che i popoli delle terre vicine potessero unirsi tra loro per attaccare il suo accampamento, e d’Io gli disse di andarsene da quel luogo e spostarsi a Betel, dove avrebbe dovuto costruire un altare “al d’Io che ti è apparso quando fuggivi Esaù”. L’uomo comunicò a tutti quanti erano con lui di cambiarsi d’abito, di purificarsi e rimuovere tutti “gli dèi stranieri” che avevano con loro, fatto questo si spostarono nel luogo indicato.
Quindi: un d’Io, presumibilmente Yahweh che comandava su quelle terre, a quanto pare è perfettamente consapevole che il timore di Giacobbe è fondato e che non avrebbe potuto proteggerlo, così gli dice di andare a cercare quell’altro d’Io che Giacobbe aveva già incontrato in precedenza. Infatti prontamente Giacobbe nasconde “gli dèi stranieri”, presumo che si riferisca a degli oggetti che ricordavano al suo popolo l’El che avevano come comandante, e va da quell’altro, a cui costruisce un altare, forse per chiedergli il suo favore.
Dopo qualche tempo, d’Io appare di nuovo a Giacobbe (immagino sia l’altro El stavolta, quello a cui è stato costruito l’altare) che benedice Giacobbe dicendo che da quel momento si dovrà far chiamare Israele e che gli avrebbe concesso le terre che in precedenza erano già state promesse ad Abramo ed Isacco.
Giacobbe ed i suoi riprendono il cammino, ma poco prima di arrivare a Betlemme Rachele muore mentre dà alla luce Beniamino: i figli di Giacobbe sono 12, tra quelli nati dalle due mogli e quelli delle due schiave. Infine Giacobbe torna da suo padre, che muore all’età di 180 anni e viene seppellito dai due figli.
Dopo la morte del padre, Esaù raccoglie tutti i suoi averi e parte con mogli e figli, perché i possedimenti sono troppi e le greggi dei fratelli sono così numerose che la terra non riuscirebbe a sostenerli entrambi. Segue poi una lunga lista di nomi della discendenza di Esaù, divisi a seconda delle madri e poi dei loro stessi figli divisi a seconda della terra che avrebbero comandato.
Si passa poi a parlare di Giuseppe, indicato come figlio preferito da Giacobbe: con vari comportamenti, il ragazzo comincia a farsi odiare dai fratelli, andando a riferire al padre i pettegolezzi da loro pronunciati e poi raccontando due sogni che lo avrebbero posto in condizione di dominanza rispetto a loro. Nel primo sogno, Giuseppe sta legando dei covoni con gli 11 fratelli, ed i covoni di questi ultimi si inchinano al suo; nel secondo sogno, il sole, la luna ed 11 stelle si stavano inchinando davanti a lui. Il padre interpreta il sogno come sé stesso, la madre del ragazzo, e gli 11 fratelli che si prostrano a Giuseppe.
I fratelli, covando sempre più invidia, vanno a pascolare il gregge nel paese di Sichem (proprio quello dove due di loro hanno razziato la città per vendicare Dina) e Giacobbe manda da loro Giuseppe per controllare come sta il bestiame, per poi tornare a riferire al padre. Il giovane segue le tracce del gregge e quando i fratelli da lontano lo vedono arrivare complottano per ucciderlo e gettare il suo cadavere in una cisterna, per poi incolpare qualche bestia feroce. Ruben, uno di loro, non vuole arrivare ad uccidere il fratello così propone semplicemente di buttarlo in una cisterna, con l’intento di salvarlo in seguito: gli altri fratelli seguirono il suo consiglio ma poi, vedendo delle carovane dirette in Egitto, il gruppo decise di estrarre Giuseppe dalla cisterna e venderlo a questi mercanti. Quando Ruben tornò e scoprì che il giovane non era più nella cisterna, si disperò e chiese ai fratelli cosa era accaduto, così loro gli mostrarono la tunica di Giuseppe intinta del sangue di una capra. Tornati a casa, fecero vedere la tunica anche a Giacobbe che si disperò a lungo per la morte del suo figlio prediletto, che in realtà era stato venduto al consigliere del faraone.

Proseguiamo ancora un attimo con la vicenda di Giuda e Tamar: l’uomo era uno dei figli di Giacobbe, lascia la casa del padre e prende in moglie una Cananea, che gli diede tre figli, Er, Onan e Sela. Giuda scelse Tamar come moglie per il primogenito, ma questi si rese odioso per il Signore (in una nota, rimanda alle leggi del levirato che si trovano in Deuteronomio) che quindi lo fece morire. Giuda chiede al secondogenito di unirsi alla moglie del fratello per darle una progenie, ma sapendo che quei figli sarebbero stati considerati del fratello defunto, Onan disperde il suo seme ogni volta: il Signore lo punisce e lo fa morire. Giuda quindi manda la donna a casa del padre di lei in attesa che il terzo figlio sia abbastanza grande da poterle dare dei figli.
Dopo qualche tempo Giuda si sposta con il suo gregge ma Tamar viene informata e capisce che l’uomo non vuole farla unire con Sela e con un inganno si finge prostituta e si unisce a Giuda, che le promette di mandargli un capretto del suo gregge. Lei come pegno chiede di lasciarle il bastone ed il sigillo che lui porta fino a quando non le verrà consegnato il capretto. Dopo l’unione, Giuda intende mantenere il patto e manda un servitore a cercare la “prostituta” per scambiare il capretto con i suoi oggetti, ma Tamar non si trova. Qualche mese dopo Giuda viene avvertito che la nuora è incinta perché si è prostituita e lui la vuol mettere al rogo: lei si difende dicendo che il proprietario di quel bastone e quel sigillo è il padre del bambino; naturalmente Giuda riconosce i propri oggetti e capisce che Tamar ha agito con più giustizia di lui, che si è rifiutato di farla unire a Sela per paura che anche quest’ultimo morisse.
La donna partorì due gemelli: Perez e Zerach.
Nel prossimo articolo riprenderemo la lettura con l’avventura di Giuseppe in Egitto.
Ai prossimi appunti, capitani!
M. B.

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