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Oggi parliamo di,

Il culto di Saturno. Parte terza. La tradizione indù

Se ti sei perso le altre parti dell’articolo li puoi trovare a questi links: Parte 1, Parte 2.

Prima di procedere ad analizzare le manifestazioni del culto di Saturno nella realtà (o presunta tale) che ci circonda, l’onestà della nostra ricerca non può prescindere da uno sguardo più ad est, verso quella che molti è considerata la tradizione più antica pervenuta ai nostri giorni, quella indiana, che spesso, da bravi occidentali con paraocchi, finiamo per tralasciare, ma che, rivelandosi molto più vicina alla nostra di quanto si possa pensare, è in grado in parte di confermare, in parte di offrire nuove angolazioni per la comprensione.

Nella cultura indù, Saturno, è il più venerato dei nove pianeti e il suo culto è presente in tutto il subcontinente indiano. Gli indū sono consapevoli della potente influenza che Saturno esercita sulla vita umana e adottano diversi metodi per accrescerne o contrastarne gli effetti benevoli o nefasti.

I pianeti sono corpi celesti che esercitano la loro potenza sugli esseri che vivono sulla terra e regolano la legge del karma; non sono corpi inanimati, bensì esseri senzienti; essi sono considerati divinità dotate di caratteristiche specifiche e, in qualche misura, di volontà di azione.

In alcuni purāṇa, vi è una identificazione tra i nove pianeti e nove delle dieci manifestazioni (avatāra) di Viṣṇu: Rāma è la manifestazione del Sole (e Ra è il dio egizio del sole) Kr̥ṣṇa della Luna, Narasiṃha di Marte, Buddha di Mercurio, Vāmana di Giove, Paraśurāma di Venere, Kūrma di Saturno, Varāha di Rāhu, Mīna di Ketu. Alla conclusione della missione, ogni avatāra rientrerà nel pianeta a lui corrispondente.

Il signore dei nove pianeti è il Sole, Sūrya. Esso rappresenta, a livello cosmologico, la Luce trascendente, simbolo del Principio Supremo. I restanti pianeti sono funzioni particolari di Sūrya stesso. Per questa ragione, dal punto di vista mitologico, essi sono i cavalli che trainano il carro del Sole.

I pianeti sono caratterizzati da diverse qualità; le più importanti sono: l’appartenenza a una determinata casta, a un genere maschile o femminile, la corrispondenza con un metallo, una pietra preziosa, un colore, uno dei tre umori (dosha), un’età della vita umana, una divinità, una qualità (guṇa), una direzione dello spazio, una regione geografica e via di questo passo.

Per quanto riguarda Saturno, egli è un fuori casta; il suo genere non è definito in quanto è vecchio e decrepito quindi sessualmente inattivo. Il suo metallo è il ferro, la sua pietra lo zaffiro blu.

Brahmā è la divinità corrispondente.

Saturno appartiene al lignaggio del r̥ṣi Kāśyapa; è figlio di Sūrya e della sua seconda moglie Chāyā; per questo tra i suoi epiteti troviamo Sauri e Chāyāmaya. La sua carnagione è scura (nera o blu) e uno dei suoi nomi è Asita, il Fosco. Indossa vesti di colore blu e per questo è chiamato Nīlāmbara.

Dal punto di vista fisiognomico, è legato all’umore vento (vāta). Gli corrisponde la fase finale, quella decrepita, della vita umana. Egli è storto (uno dei suoi nomi è Vakra) e anche zoppo (Paṅgu). Le sue qualità negative sono l’inerzia, l’ignoranza, l’ottenebramento (tāmas). È associato ai campi di cremazione, ai luoghi aridi e sporchi, alle prigioni e alla regione del Saurāṣṭra (la penisola di Kathiawar situata nella parte occidentale del Subcontinente); Saturno è infatti il reggente della direzione occidentale (la direzione del tramonto, dove tutto volge al termine).

Rappresenta i servi e gli individui vecchi e malevoli. È crudele (Kroḍa). Egli è uno dei pianeti malefici insieme a Rāhu e Ketu.

Il suo nome in sanscrito è Shani ed è raffigurato a cavallo di un avvoltoio (gṛdhra) – animale possente, crudele e dalla fosca natura – oppure mentre conduce un carro trainato da otto avvoltoi blu. Shani può impugnare varie armi, ma gli attributi più importanti della sua figura sono l’arco e la freccia. Talora l’idolo di Shani è di ferro e può essere installato su di un basamento a forma di freccia rivolta verso ovest. In alcuni templi Shani è rappresentato a dorso di bufalo mentre tiene nelle mani una mazza di ferro e uno yoga daṇḍa (un bastone che serve di sostegno in alcune pratiche yogiche). Spesso è rappresentato mentre cavalca un corvo.
Come già rilevato, Saturno e gli altri pianeti sono delle divinità e in quanto tali sono invocate negli inni vedici a esse specificatamente dedicati.

La rivoluzione di Saturno, che attraversa i dodici segni zodiacali, è la più lenta tra le rivoluzioni planetarie. Saturno impiega, infatti, quasi trenta anni per attraversare i dodici segni dello zodiaco. Dal punto di vista dell’astronomia classica, l’orbita di Saturno è la più esterna delle orbite planetarie. L’influenza del pianeta Saturno, Shani in sanscrito, si esercita sulla vita di ogni individuo.

Gli astrologi indiani, jyotiṣī, conoscono molto bene le afflizioni che questo pianeta crudele infligge quando entra nel dodicesimo segno a partire dal segno zodiacale in cui si trovava la luna alla nascita dell’individuo. Questo arco di tempo, molto temuto, è chiamato sāṛhe sātī, i sette anni e mezzo di Shani (nell’astrologia occidentale vi è il concetto analogo di anni climaterici, con cadenza settennale e sempre in relazione alla posizione di Saturno.

Nel passaggio di settenario in settenario si ha la maturazione progressiva dell’essere umano con lo svilppo di no specifico chakra, dal primo al settimo). Si tratta del tempo impiegato da Saturno per attraversare tre segni zodiacali: il dodicesimo segno dalla luna natale, il segno della luna natale stessa e il segno a quest’ultimo successivo. Se la vita di un essere umano è lunga, un essere umano deve affrontare tre rivoluzioni di Saturno.

Il secondo giro di Saturno è considerato uno spartiacque: alcuni uomini sprofondano in un mare di guai, altri ottengono fama, quiete mentale, saggezza.

Il terzo giro di Saturno generalmente provoca la morte. Il jyotiṣa śāstra afferma che se la posizione di Shani nella carta natale è positiva (uccha sthāna) allora i suoi effetti sono eccellenti; se la posizione è negativa (nīcha sthāna) i risultati sono miseria e sofferenza. Shani è chiamato anche Nīdhiman, il giudice, perché somministra la pena per le colpe commesse. In generale Shani dispensa agli esseri umani gli effetti positivi e negativi delle azioni compiute nelle vite precedenti è un po’ colui che distibuisce il karma.

Gli effetti sfavorevoli di Shani sono definiti come il suo sguardo (dr̥ṣṭi) crudele e implacabile. Il mito purāṇico racconta che questo pianeta, intento a una severa ascesi, si sottraeva ai doveri coniugali; non posava nemmeno gli occhi sulla sua consorte. Colta dall’ira la moglie allora lo maledì e lo condannò a distruggere tutto ciò su cui il suo sguardo si fosse posato.

Shani è il più potente tra i pianeti malefici (pāpagraha). Tuttavia quando è in posizione favorevole nel piano natale di una persona allora dispensa pazienza, perseveranza, volontà. Quell’individuo può diventare un capo abile, severo e al tempo stesso compassionevole. Bisogna tener presente che Shani quando infligge sofferenza a una persona in realtà lo purifica dalle azioni negative commesse, rimuove la sua ignoranza e lo induce a riflettere sui veri principi che governano il mondo manifestato. Il risultato finale è il miglioramento, la maturazione dell’essere umano.
Quando la stretta malefica di Shani diventa ineludibile, i jyotiṣī consigliano vari rimedi (upāya). Si tratta in genere di rituali (legati alla recitazione di specifici mantra), da compiersi nei templi, nella propria casa o presso certi alberi. Oppure si tratta della recitazione di determinati testi.

Tutti i rimedi legati a Shani sono volti a sviluppare nella persona afflitta il coraggio necessario per affrontare gli ostacoli che si sono presentati nella sua vita.

L’icona su cui si compie la venerazione è in genere una figura antropomorfica di colore nero e ricoperta di ornamenti di colore scuro (blu o nero), ricollegandosi quindi a quanto detto sulla pietra nera nella prima parte dell’articolo. Talvolta è un piccolo idolo in ferro (lauhā); molto spesso è una scultura di pietra scura che in alcuni casi rappresenta Shani mentre cavalca un bufalo nero L’icona è in genere collocata in una nicchia secondaria del tempio, insieme a quelle degli altri pianeti, più raramente da sola.

La rappresentazione antropomorfica non è la sola forma di raffigurazione di Shani: esso è adorato sotto forma di una grande roccia scura installata su una piattaforma all’aria aperta (come la kaba nella tradizione islamica). La roccia, dalla forma molto particolare, è svayambhū ovvero auto-manifestatasi, senza l’intervento umano. Ed ecco che ritroviamo nuovamente la pietra nera.

I riti di propiziazione di Shani prevedono l’utilizzo di articoli di ferro e di colore scuro. Il voto a Shani (Shani vrata) è efficace quando inizia di sabato, specialmente durante il cammino del Sole verso il tropico del Capricorno (dakṣiṇāyana) e principalmente durante il mese di Śrāvaṇa, il quinto mese del calendario indù che va da fine luglio a fine agosto. Il rito deve iniziare al tramonto perché il pianeta è il signore della direzione occidentale. Il devoto deve seguire una dieta parca e astenersi dal consumare carne, pesce, alcolici. Deve compiere delle abluzioni, indossare delle vesti nere, fare offerte agli antenati. La venerazione (pūjā) prosegue secondo modalità più o meno complesse in cui vi sono tuttavia degli elementi ricorrenti: l’offerta di una lampada alimentata con olio di senape, di vesti nere, di riso scuro, di sesamo nero, di fiori di colore scuro o di foglie di bilva (una varietà di Ægle marmelos).

In alcuni siti sacri, a Shani è offerto un anello di ferro posto all’interno di una lampada alimentata con olio di mostarda; l’anello è poi indossato, per la prima volta, di sabato, durante la luna nuova. Le offerte possono variare notevolmente secondo la casta di appartenenza e le tradizioni familiari. Alla fine dei rituali, il purohita che li ha officiati può ricevere come ricompensa oggetti di ferro, sesamo nero, abiti neri, calzature, olio di colore scuro, oppure un tipo di legume chiamato uṛada, orzo, carbone o, tra le cose più preziose, il muschio del cervo muschiato (kastūrī) o addirittura una vacca nera.

Un’altra forma di propiziazione di Shani è indossare un anello in cui sia incastonato uno zaffiro blu (indra-nīla). Tradizionalmente le gemme sono impiegate come amuleti e consacrate tramite determinati rituali. Secondo l’opinione generale, lo zaffiro blu è una gemma molto potente e indossarla produce effetti molto forti, positivi o negativi a seconda della posizione di Shani nella carta natale.
Non solo Shani, ma anche tutti gli altri pianeti sono associati a una pietra preziosa che ricorda il colore e la forma del pianeta visibile a occhio nudo nel cielo. Secondo le scienze tradizionali, le gemme più preziose sono nove, le navaratna, associate ciascuna ad ognuno dei pianeti. Le pietre preziose hanno origine dai titani e dai ṛṣi, per lo più, si dice, dalle loro ossa; altri dichiarano che la meravigliosa varietà di pietre è causata dalle qualità caratteristiche della terra.”

In accordo con le prescrizioni rituali, Shani può essere pacificato anche attraverso la venerazione di alcuni dei, specialmente Hanumāna e Bhairava. Alcuni racconti orali sul Rāmāyaṇa narrano che Rāvaṇa, il tenebroso re di Lankā, catturò e imprigionò tutti e nove i pianeti nel segno zodiacale della sua undicesima casa. Ogni pianeta in transito in quella casa produce un effetto favorevole. Mentre era diretto a Lankā, Hanumāna liberò Shani e questi gliene fu profondamente grato. Stazionando nell’undicesima casa, Shani aveva conferito a Rāvaṇa grande onore e successo; dopo essere stato liberato da Hanumāna, si spostò nella dodicesima casa dell’oroscopo di Rāvaṇa ottenebrandone così la mente e causandone la disfatta.

Shani e Bhairava condividono le caratteristiche di essere terrifici e di essere legati al concetto del tempo che inesorabilmente conduce tutte le cose al loro pieno compimento e quindi esaurimento.

Va comunque sottolineato che la durezza e la negatività di Shani sono finalizzate a raggiungere un elevato grado di saggezza e condurre all’ascetismo, che è l’aspetto positivo, l’altra faccia della medaglia di questa divinità e di coloro che nascono sotto il suo influsso. Infatti, nel caso dei praticanti delle discipline spirituali, i sādhaka, essi non sono spaventati da una posizione sfavorevole di Shani nel proprio tema natale; al contrario essi li accolgono con favore perché determinano l’esaurimento in questa vita di effetti karmici negativi e conducono a un perfezionamento individuale che è foriero di perfezionamento spirituale.

Vi è inoltre una stretta connessione tra Shani e l’ascetismo. Vi sono particolari combinazioni planetarie (yoga) che sono indicatrici di rinuncia (pravrajya): un individuo abbandonerà la casa di origine, la famiglia e seguirà una disciplina spirituale. Se nelle combinazioni planetarie Shani è il graha più potente, la persona diventerà un nāgā sadhū. I nāgā sadhū sono un gruppo di rinuncianti la cui pratica include il rifiuto delle vesti, il peregrinare da un luogo sacro all’altro e proteggere il dharma dai pericoli esterni. Essi sono considerati asceti guerrieri e mirano alla liberazione dal samsara, il ciclo delle reincarnazioni.

Un’ultima considerazione: un mito purāṇico narra che Sūrya ebbe tre figli da Chāyā, l’ancella di sua moglie Saṁjñā: Manu, Tapatī e Shani. Saṁjñā aveva infatti creato una copia di se stessa, Chāyā (che significa ombra) perché non sopportava più la lucentezza e il calore di suo marito. Il Sole, inconsapevole della sostituzione, generò da lei i tre figli. Il padre di Saṁjñā, Viśvakarma, ridusse di un ottavo la lucentezza e il calore del Sole affinché sua figlia potesse vivere ancora con lui. Secondo il phala jyotiṣa, Shani Rāhu e Ketu sono in grado di privare il Sole della sua potenza. Come abbiamo già visto, Sūrya è il simbolo del Sé (ātman). La funzione di Shani è quindi paragonabile a quella del velo di māyā che occulta la vera natura del Sé.

In conclusione possiamo dire che nella cultura Indù Shani è il pesante fardello della Giustizia karmica, ma allo stesso tempo è causa di una maturazione e rinascita dell’essere umano il quale è spinto ad abbandonare il mondo transitorio ed effimero e a coltivare la ricerca del proprio vero Sé.

Buona Riflessione,

F. B.