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DALL’IMPRONTA DI CARBONIO ALLA CITTA’ DEI 15 MINUTI IL PASSO E’ BREVE

Gli Anni Novanta sono tuttora celebrati come un decennio carico di ottimismo per un mondo senza conflitti e senza barriere. Sono infatti gli anni della riunificazione delle due Germanie e della caduta del regime dell’apartheid in Sud Africa, della fondazione dell’Unione Europea e della fine della Prima Repubblica in Italia, della nascita del World Wide Web e dell’apparente archiviazione delle politiche neoliberiste targate Thatcher e Reagan/Bush padre, ed anche gli anni degli accordi sul clima (lo storico Protocollo di Kyoto). A ben vedere, però, essi presentavano tutte le premesse per ciò che di negativo ne è scaturito nei due decenni successivi, tra guerre (fatte passare per “missioni di pace”) e terrorismo, crisi economiche e finanziarie, neocolonialismo e flussi migratori, impoverimento delle masse e allargamento del divario sociale, il tutto accompagnato da un progressivo ed inarrestabile degradarsi dei costumi e dei valori sotto il rullo compressore del materialismo e del nichilismo, così come da un’inesorabile azzeramento delle diversità intese come patrimoni di culture e tradizioni dei popoli, in stridente contrasto con l’esaltazione delle diversità LGBTQ, miranti, sotto la “false flag” dell’inclusività, a distruggere l’identità individuale e di genere e il concetto di famiglia, all’insegna della globalizzazione e degli interessi economici che la sostengono. E in tutto questo cominciano a fare capolino, a macchia di leopardo, le emergenze climatiche e pandemiche.

Niente è avvenuto per caso, né è stato lasciato al caso. I ben informati lo sanno, ed in tanti, tra saggisti, filosofi, storici, scienziati, giornalisti, uomini di cultura, avevano previsto ciò che sta accadendo oggigiorno: il banco di prova costituito dalla crisi pandemica, la crisi bellica con la conseguente crisi economica, e dulcis in fundo la crisi climatica, quella determinante in quanto sancirà la definitiva archiviazione di ciò che rimane delle libertà individuali; il tutto è sostenuto da un processo generalizzato di digitalizzazione senza il quale sarebbe stato, sarebbe e sarà impossibile indurre la gente a determinati comportamenti (vedi il green pass per le vaccinazioni e la sua “naturale” evoluzione nell’IDPay ormai alle porte).

Tutto è all’insegna dello “smart”, un aggettivo della lingua inglese oggi molto di moda, dai diversi significati: rapido, veloce, abile, acuto, brillante, sveglio, intelligente, tutte qualità divenute ormai fondamentali nell’ambito lavorativo e della competizione sociale, nel nome delle quali sono cambiati cultura, modo di pensare, rapporti interpersonali, e purtroppo istruzione ed educazione.

E’ come se si trattasse di un marchio di fabbrica, di una fabbrica che sforna robottini, tutti uguali, tutti omologati: quindi un aggettivo che assume a mio modo di vedere il significato di “schiavo del sistema”. Non siamo ad esempio tutti schiavi dei nostri smartphone, ormai diventati appendici dei nostri arti superiori? Non faremmo di tutto per essere fregiati della patente di “smart citizens”, ed ottenere così quegli oboli e quei bonus che ci vengono gettati dall’alto come si fa con gli avanzi buttati agli animali da cortile?

Inquadrerei l’”impronta di carbonio” in questa logica, nella logica quindi di un asservimento “consensuale” alle istituzioni, le quali misurano così la resilienza, qualità fondamentale di uno smart citizen, contento di sacrificarsi, sacrificare le sue libertà e la sua dignità sull’altare di un fine superiore, il famoso bene comune, sia esso la salute, la pace, l’ambiente.

Non a caso, l’impronta di carbonio nasce – per l’appunto – nei primi Anni Novanta da un’idea dello studioso ambientalista William Rees e del docente universitario Mathis Wackernagel, un concetto un po’ complesso che consisteva nella stima del numero di terre teoricamente necessario se tutti sul pianeta consumassero risorse nella stessa quantità di colui che sta calcolando la propria impronta ecologica.

A livello individuale, ognuno di noi lascia sull’ambiente un’impronta in base alle sue abitudini e al suo stile di vita (i suoi spostamenti, il suo modo di alimentarsi e di vestirsi, il suo consumo di elettricità, e via discorrendo), che si traduce in emissioni di gas serra – la famigerata CO2 in particolare – responsabili dei cambiamenti climatici di origine antropica.

Esistono sistemi di calcolo della propria impronta finalizzati a far percepire sulla propria pelle l’emergenza climatica ed a responsabilizzare di conseguenza il singolo nel contribuire a rallentare il cambiamento climatico. Tanti sono i sistemi di calcolo presenti sulla rete, dal mettere in relazione le quantità di ogni bene consumato con una costante di rendimento espressa in chilogrammi per ettaro (che porta ad un risultato espresso in “ettaro globale”) al considerare l’emissione di CO2 espressa in tonnellate, e di conseguenza la quantità di terra forestata necessaria per bilanciare tale emissione. Chissà, forse potrebbe darci una mano il nostro smartwatch – smart, per l’appunto… – che già monitora le nostre prestazioni sportive, i nostri parametri vitali, e ci aiuta a tenere sotto controllo le nostre attività, i nostri spostamenti: viene da chiedersi che fine abbia fatto la nostra autonomia nel gestire la nostra esistenza su questo piano, in saggezza – in connessione con madre terra (mentre tutto è riconducibile ad una logica meccanicistica, negazione di quel mondo naturale che vorremmo preservare) – ed in libertà (ossessionati come siamo dall’avere tutto sotto controllo, quando poi invece ad essere controllati e schiavi di tutto questo sistema siamo noi).

Arrivati a questo punto, la smart city ci si adatta a pennello: si tratta di andare ben oltre l’uso delle tecnologie digitali per rendere più efficienti ed ecosostenibili le reti e i servizi tradizionali – dai trasporti, all’illuminazione, all’amministrazione: si tratta, infatti, della trasformazione dello spazio vitale tramite il 5G e l’Intelligenza Artificiale, che andranno necessariamente ad interfacciarsi con il singolo in un modo estremamente invasivo e pervasivo, permettendone il totale controllo e la totale sudditanza, e che costituiranno la corsia preferenziale per l’attuazione del transumanesimo, punto cardine del piano del Grande Reset.

La “Città dei 15 minuti” è stata teorizzata nel 2016 dallo scienziato franco-colombiano Carlos Moreno, docente della Sorbonne di Parigi, fatta immediatamente propria dalle Nazioni Unite e ovviamente sponsorizzata dal World Economic Forum. Essa ha ispirato piani di adeguamento urbanistico in città come la stessa Parigi, Milano, Madrid, Barcellona, Melbourne, Edinburgo, Seattle ed altre sparse per il mondo, in seguito all’epidemia Covid19 e sulla scorta della tanto strombazzata crisi climatica: una nuova urbanizzazione che indica un passaggio cruciale: dalla pianificazione urbanistica alla pianificazione della vita urbana, e che faciliterà tra l’altro l’implementazione di lockdown ambientali, proprio come sta avvenendo in questo periodo ad Oxford.

I 15 minuti esemplificano l’idea di “prossimità” alla base del progetto, finalizzata a ridurre gli spostamenti in auto, favorendo quelli in bicicletta e a piedi, dato che si avrà ogni cosa a portata di mano nel raggio di 800 metri, tra cui oltre agli approvvigionamenti ed a quanto attiene alla salute, anche le attività di svago e di lavoro, con mobilità pubblica a piccolo raggio servita da mezzi rigorosamente elettrici. In definitiva, un bel recinto all’interno del quale le pecore saranno libere di pascolare, libere dal traffico e dallo smog, libere dal fare file di qua e di là, libere da inutili perdite di tempo, ma confinate in un orizzonte limitatissimo per quello che riguarderà tutto ciò che non pertiene a meri bisogni di base: mangiare, lavorare, divertirsi – con tutte le problematiche che si possono facilmente immaginare, dalla difficoltà del coltivare relazioni interpersonali e mantenere rapporti con parenti ed amici lontani, all’incognita della sufficienza di posti di lavoro per tutti in aree così ristrette, e tanto altro.

L’evasione in senso lato sarà un lusso che non ci si potrà concedere. L’attuale lockdown implementato ad Oxford istituisce la premessa per una nuova organizzazione della città, già divisa in 6 zone per l’occasione, per spostarsi attraverso le quali serve un permesso rilasciato dalle autorità – previa registrazione del proprio veicolo. Una volta che il progetto andrà a regime, tale permesso avrà una durata massima di 100 giorni all’anno (50 giorni se la famiglia possiede due macchine), pena multe salate – per il momento…. Credito sociale cinese in arrivo! Per noi italici sembra tutto un “deja vu”: autocertificazioni, zone di diverso colore, ferrei controlli e punizioni ai trasgressori. Tutto efficientato al massimo per gestire al meglio le prossime pandemie…… Che ci saranno! Parola di Bill Gates.

Ecco che l’intreccio diabolico tra le diverse crisi si mostra alla luce del sole, un piano che si muove su tutti i fronti delle nostre vite e mira a chiuderci in recinti sempre più piccoli, e che si è sviluppato nel corso dei secoli, chiudendoci in stati, poi in regioni, province, città, quartieri, nelle case, fino al punto d’approdo futuro, ma imminente, del metaverso, la realtà virtuale nella quale avremo l’illusione di vivere una nuova normalità, magari molto più accattivante della precedente.

La nuova normalità che stiamo vivendo ed alla quale ci stiamo gradualmente assuefacendoci, potrebbe essere l’ultima possibile, ancora nella dimensione “umana” dell’essere vivente, dove ancora esiste la possibilità di tornare indietro, ma soprattutto la possibiltà per chi ha acquisito la consapevolezza di vivere in schiavitù, di affrancarsi da essa creandosi la sua giurisidizione attraverso la Legale Rappresentanza e soprattutto smontando quell’atto di nascita che ci tiene legati ad un sistema a cui inconsapevolmente deleghiamo la gestione del nostro corpo e del nostro spirito, per il quale rappresentiamo l’unica fonte di sussistenza e che proprio per questa ragione non ci lascerà mai andare.

L’Accademia Ricerca la Verità offre la possibilità di capire come liberarci da questo vincolo in maniera definitiva, perché è l’unico percorso attraverso il quale saremo in grado di smontare quel contratto inconsapevolmente stipulato dai nostri genitori all’atto della registrazione anagrafica: una cessione alla corporation Italia che ci ha di fatto privato dei nostri diritti inalienabili e caricato di doveri, riducendoci in schiavitù.

E’ l’unico percorso che ci dà quindi la possibilità di tornare ad essere Esseri Umani vivi e viventi.

Buona riflessione a tutti.

vi aspettiamo su www.accademiaricercalaverita.net

C. S.